domenica 25 aprile 2010

Un accavallarsi di gioie

E dunque la giornata doveva essere dedicata al cinema asiatico del Far East Festival, ma già a metà della seconda pellicola la mia attenzione mostrava inequivocabili segni di cedimento, tanto che la storia cominciava ad essere costellata da buchi di disinteresse, in cui si inserivano micro sogni in cortometraggi di mia personalissima regia.
Così, complice il provvidenziale forfait delle amiche, esco dal cinema col programma di rientrare a casa ed appagare il mio bisogno di sonno, ché la giornata sembrava aver già avuto la sua parte di utilità, buona per ammansire il mio sollecito puritanesimo.
Il percorso per arrivare a Udine mi aveva sorpresa con improvvise chiazze di prati gialli e squillanti, mentre nella periferia metropolitana, al posto del solito grigiore, i glicini si arrampicavano intrepidi lungo le pergole, riversandosi poi in una cascata di lilla opulento che disponeva l’animo ad una condizione di fantasticheria romantica, velata di malinconia.
Attraversare la città per raggiungere il cinema è stato un ulteriore godimento inatteso.
Senza fretta, senza ottimizzare tempi e percorsi, prendendomi il tempo di vagabondare (come facevamo da ragazze, nelle lunghe domeniche di euforia mista a spleen), ho raggiunto la meta in base all’intuito, cercando una sorta di ispirazione da esploratore.
Lo smarrimento è stato gradevole e rinfrancante, anche perché comunque non ha impedito che arrivassi a destinazione per tempo –dopotutto non siamo a New York- e di umore rilassato, conciliante, bendisposto verso il mondo.
Il primo film (Hiroshima 28) è meritevole, bello e ben fatto, oltre che utile a fornire un anello di giunzione di cui sentivo il bisogno: il collegamento tra un evento storico tragico, enorme, ed apparentemente lontanissimo, come quello della bomba atomica, ad una realtà più prossima alla mia, ovvero quella dei reduci, persone diverse per epoca, geografia e tradizioni, ma simili a me, ad ogni essere umano, per storie, paure ed aspirazioni.
Il regista mi è sembrato un’ottima persona, piena di entusiasmo, sensibilità e buoni propositi.
Peccato il secondo film trabordasse tanto stucchevole sentimentalismo.
La giornata aveva già fruttato piccoli piaceri e spunti di riflessione dunque, e avrebbe potuto essere sufficiente, ma uscita dal cinema trovo che la squisitezza dell’aria è dolcissima, ed irresistibile la tentazione di lasciarsi andare al languore.
Più che ritornare decido di riprendere il mio pellegrinaggio, vagamente orientata verso la direzione di casa.
Tra le vie semideserte della città m’imbatto in una tavola calda dall’insegna ”Kebab”.
Un uomo in grembiule sorride sull’uscio, il profumo di carne arrostita s’infila dai finestrini, percorro pochi metri e, dalle strisce blu di un parcheggio, un posto libero e facile mi strizza l’occhio, invitandomi a fermare la macchina, scendere e concedere al mio appetito l’oggetto del suo desiderio.
Assecondo.
Il cuoco-pizzaiolo-cameriere-banconiere-cassiere non smette un attimo di sorridere, mi prepara un involto caldo e succulento, aggiunge tutte le salse disponibili.
Decido di regalarmi un pic-nic, risalgo in auto e mi dirigo verso Gorizia, scandagliando nella memoria le zone verdi che troverò lungo il percorso, valutandole e tentando di sceglierne una.
Ancora glicini, ancora campi gialli, ancora conversazioni con interlocutori virtuali con cui scambio esclamazioni di meraviglia per la bellezza mozzafiato della natura che esplode fuori dall’abitacolo.
I colori mi mandano impulsi emotivi precisi e netti, cui rispondo accomodando il mio stato d’animo, calibrandone le sfumature, lasciandomi guidare nella danza.
Decido per Villa De Brandis: continuando con la celebrazione commemorativa delle mie domeniche tardo-adolescenziali.
Mi aspetto di non trovarci nessuno, alle 13 e 30 di domenica 25 aprile, invece ci sono alcuni sparuti individui, non in numero sufficiente a scoraggiarmi tuttavia.
Dall’ultima visita il parco è rimasto uguale in forma e struttura, tuttavia prima era uno spazio grazioso, ma anonimo, mentre ora è diventato una piccola gemma nascosta.
Salta all’occhio che a lavorarlo è qualcuno che lo fa con amore: i dettagli sono curati, l’insieme è armonico, vitale e delicato al contempo.
Attraverso il ponticello rosso e gobbo, da fiaba illustrata, e vado a sedermi sulla panchina sotto al gazebo, a lato del laghetto.
E’ insolita: non ha poggioli, né schienale, ci si può comodamente sdraiare, così, dopo aver consumato un apprezzabile kebab, mi metto ad osservare il piccolo specchio d’acqua.
E’ pigra, così come lente ed oziose sono le carpe che ci nuotano dentro, le anatre che si lasciano galleggiare, persino i girini sembrano frenare la loro esuberanza.
Lavoriamo tutti per rallentare il tempo e catturare ogni istante in quest’ora di sole, caldo e leggera effervescenza.
Una brezza mite s’infila tra le fronde, mi spazzola i capelli con gentilezza, da lontano arrivano voci di conversazioni distese, mi sdraio e comincio la lettura.
Trovo incantevole che il titolo sia proprio “La lentezza” di Kundera: si addice meravigliosamente a questo momento di sospensione.
Il libro mi entusiasma, oltre ad essere gustosissimo in superficie, ha un cuore morbido e “rotondo”, genuino e senza pretese ..come un antipasto, che non ambisce a saziare, vuole solo stimolare l’appetito per portate di altro spessore, ma in realtà racchiude già in sé un piccolo universo di aromi e sapori, bastante a se stesso.
Scendendo più in profondità, apprezzo l’intensità della corrente con cui l’autore mi trascina attraverso le più disparate sensazioni: dall’ilarità alla rassegnazione, dalla lucida razionalità all’ebbrezza, ci trovo addirittura un inaspettato clima erotico soffuso.
Assaporo tutto. Chiudo gli occhi, inspiro, sorrido, sento il verso degli uccelli ..il tuffo di una carpa.
Dopo qualche tempo mi alzo: è ora di andare.
Due farfalle s’inseguono in un girotondo che sale, avvitandosi in una spirale ebbra, trovo che farebbero una bellissima foto, ad aver la capacità di immortalarle.
Completo il breve giro del parco riprendendo il sentiero e dirigendomi verso l’angolo a Nord Ovest. Su un piccolo terrapieno svetta un minuscolo pergolato da cui sgocciolano altri glicini, mirabile tendaggio a rendere ancor più intimo lo spazio interamente occupato da un’unica panchina.
Mi avvicino e sobbalzo.
Sono vestita di rosso, oggi, e sulla panchina, quasi ad attendermi, sono delicatamente deposte quattro corolle dai petali dello stesso colore, come un dono discreto ed azzeccato, lasciato lì per me.
Credo siano rose, ma fatico a riconoscerle, tanto sono dischiuse e mature: creature generose ed incoscienti.
Tutto è magnifico, tutto è fragilissimo e precario, tutto è sospeso in un delicato equilibrio di “qui ed ora” .
Davanti al modo in cui la natura si tuffa con gioia e senza timore, indifferente alla caducità del tutto, fiduciosa eppur consapevole, m’inchino e trovo consolazione.
Sono nient’altro che una creatura semplice, tra le tante possibili.

domenica 4 aprile 2010

je souis dèsolèe

Così, tanto per ben cominciare, mi sembrava giusto precisare che non son qui per velleità letterarie, scrivere mi è - semplicemente - utile.